LA TERRA DI MEZZO

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Costacurta A. – Pavan L.

L’occasione del Congresso odierno, e la possibilità offertaci di frequentare l’Accademia della Vite e del Vino, propone alla psichiatria un’opportunità forse unica, per conoscere aspetti e risvolti nuovi legati al mondo enologico, nella speranza di poter meglio comprendere da un lato gli aspetti prodromici della patologia legata all’uso e abuso di sostanze alcoliche, che spesso il terapeuta conosce nei tratti più ecclatanti nonché evidenti, e dall’altra di poter cogliere ed intendere le sottili sfumature dell’animo umano, troppo spesso ritenute realtà sommerse ed oscure.
Dalla letteratura presente sul tema si evince la persistenza di una sostanziale bivalenza nei confronti del vino: accanto alla serenità di alcuni scritti, si nota in altri quella condanna aprioristica e moralistica che ritiene ogni testimonianza antropologica e culturale solo come un pretesto da bevitore (Gozzetti, 1983).
Risulta altrettanto evidente come una conoscenza puramente scientifica applicata al mondo umano si dimostrerebbe in gran parte inadeguata e potrebbe assomigliare al pensiero autistico, preciso e sezionante, privo di vibrazioni, per il quale il vino potrebbe essere solo una soluzione di etanolo (Gozzetti, 1983).
Attraverso la vasta bibliografia raccolta sull’argomento ci è parso da subito evidente come l’intera questione, vista con gli occhi dello studioso della mente, potesse risolversi in un unico pensiero, pregno di significanti e di significati: “Quando il vino diventa alcol”.

Storicamente, come ben si sa, il vino viene riconosciuto assai presto come alimento, e farmaco ad un tempo, prezioso per quanto a rischio.
Le risultanze archeologiche attuali indicano un posto ben preciso per ambientare il “Big Bang” del primo brindisi: le aree montuose del Vicino Oriente. Da lì è possibile disegnare un albero genealogico del vino che ha le sue radici nell’area che costeggia la Mesopotamia settentrionale (a metà del VI millennio a.C.) e si estende in seguito al Trancaucaso giorgiano ed armeno, per allargarsi a dismisura in Egitto e Mesopotamia (fin dal 3500 a.C.), e toccare Creta nel 2.220 a.C.
E’ nel secondo millennio prima di Cristo che bevono tutti, dappertutto, qui nel Mediterraneo.
Percorrendo trasversalmente la storia, ci si rende conto come i rapporti tra ambiente, situazione politico-economica, agricoltura e paesaggio, possano essere illustrati anche seguendo il filo della coltivazione della vite lungo il corso dei secoli.
In Italia la coltivazione della vite ha subito varie vicende, passando da periodi di grande rilevanza, come in epoca romana tra gli ultimi anni della Repubblica e il primo secolo dell’Impero, a periodi di grande depressione, come accadde con la decadenza dell’Impero romano, con la crisi del grande latifondo e con l’inizio della servitù della gleba.

E’ soprattutto il legame “mistico” tra vino e religione cristiana che salva la vite in questo oscuro periodo. Furono in particolare i Benedettini a conservare e a perpetuare la tradizione vitivinicola in tutti i luoghi in cui l’Ordine si diffuse, entro i confini territoriali dell’Antico Impero di Roma; e così pure le popolazioni barbariche poterono e dovettero avere conoscenza del vino, già peraltro introdotto nei loro territori dalla colonizzazione romana (Longo et al., 1999).
Nel De Vini Temperatura (Fracastoro, 1555) si parla di vino. Il saggio è peraltro di indubbio interesse sia filosofico che storico-medico: si parla, infatti, di un alimento che è al centro delle preoccupazioni dietetiche e terapeutiche della medicina classica.
Per quanto attiene invece agli effetti psicologici e simbolici del vino, esistono molte testimonianze, anche se a volte in contraddizione fra loro, che attribuiscono alla bevanda accezioni positive e, in alcuni casi, addirittura auspicabili; nella cultura cristiana, infatti, il vino, come tutti i prodotti della Terra derivati dal Creatore, trova posto nei riti e nelle oblazioni cultuali d’Israele (1 Sam 1,24; Os 9,4; Ed 29,40; Num 15,5.10). Per altro verso le osservanze religiose ebraiche contemplano pure l’astensione dal vino (Ez 44,21 ss; Lev 10,95).

Da un punto di vista profano, il vino rappresenta tutto ciò che la vita può offrire di piacevole: il calore, l’amicizia (Siv 9,10), l’amore umano (Ct 1,4; 4,10), e in generale le gioie terrene, con la loro ambiguità e risvolto seduttivo (Qo 10,19; Zac 10,7; Gdf 12,13; Gb 1,18).
Può quindi evocare l’ubriachezza malsana dei culti idolatrici (Ger 51,7; Ap 18,3), ma anche la felicità del discepolo della Sapienza (Pro 9,2).
Infine, riportando le nostre considerazioni al vissuto contemporaneo, sembra delinearsi un ambito di significanza del vino legato non tanto al concetto di “necessario” o di “quotidiano”, bensì ad un consumo privilegiato che conduce direttamente nel territorio del “festivo”; qui si rinsaldano e si rinnovano i legami sociali e si celebra la convivialità all’insegna del “superfluo”, etimologicamente inteso.
Festivo e superfluo dialogano attraverso segni e codici: il superfluo è l’eccezione ed il festivo un’intenzione provvisoria e limitata del quotidiano.
Gli uomini bevono per ottenere qualcosa sia sul piano intrapersonale che su quello interpersonale; i due aspetti si fondono e si pongono in un rapporto di causalità circolare.
Sul piano intrapersonale il vino disinibisce, attenua la pressione del Super-Io.
A livello interpersonale l’uso del vino è sempre stato ritualizzato facilitando, attraverso comportamenti, espressioni e manifestazioni simboliche, i rapporti tra individui, evocando concetti comuni, catalizzando processi associativi, promuovendo attività sociali (Balestrieri, 1991).
E’ altresì evidente come l’aura di significati attraverso cui si esprime l’universo legato al vino, comprenda anche tutta una serie di comportamenti potenzialmente aberranti, che spesso configurano un vero e proprio disturbo mentale, con una pesante ricaduta sul benessere del singolo, ed al contempo della Società tutta.

Delle due, la “faccia cattiva” del vino è quasi sempre indice di psicopatologia o di vulnerabilità individuali, di frustrazioni mal tollerate o non elaborate, di una sorta di “debolezza” del vivere nel mondo; l’altra, quella “buona”, attraverso un’espansione temporanea dei confini del sé, consente una visione più benevola del mondo, e di sé stessi conseguentemente.
Nella cultura occidentale le due “facce” vivono come parassiti e simbionti insieme, in maniera inestricabilmente indissolubile.
Demonizzare “tout court” il lato cattivo, equivale forse a devitalizzare quello buono, e viceversa, esaltare acriticamente le doti positive del vino, contribuirebbe forse ancor di più (se ciò fosse possibile), all’abbruttimento del concetto che l’Occidente, e non solo quello, ha dell’essere umano.
Mentre nelle altre culture del mondo il vino viene considerato non tanto un problema sociale endemico, ma “importato”, la constatazione che verso di esso sempre se n’è spesa una riflessione, depone a favore di un approccio integrato del fenomeno, equidistante dagli estremi; potrebbe quindi essere auspicabile lo studio del fenomeno, della sua evoluzione nel tempo, gli effetti sulla ricaduta sociale, e l’analisi dei desideri dell’uomo che, evidentemente, spesso eccede nel vino come in altre sostanze psicoattive, per cercare una risposta a questioni e bisogni personali, che troppo spesso rimangono disattesi.
Sembra, infatti, che la natura umana sia caratterizzata da una continua ricerca della felicità, ricercando direttamente il piacere o cercando di evitare il dispiacere trovandosi però spesso nella condizione di perseguire un progetto “irrealizzabile”, perché cozza contro le esigenze della realtà e della civiltà.
Non resta dunque che l’infelicità umana, oltre a tutti i tentativi per evitarla.
Riteniamo utile, a questo punto, introdurre una breve riflessione sul significato del termine e sulle rappresentazioni che l’uomo di ogni tempo ha elaborato.

Il termine eudaimonia descrive uno stato di soddisfazione dovuto alla propria situazione nel mondo (Abbagnano, 1971).
A differenza della beatitudine, che è più in rapporto con la religione, il concetto di felicità è umano e mondano, così come è stato formulato per la prima volta nell’Antica Grecia: da Talete a Democrito felice è colui che ha un corpo sano, buona fortuna e un’anima bene educata.
Un primo parziale slittamento del concetto si attua con Platone ed Aristotele: il primo sosteneva che la felicità fosse connessa non tanto al piacere ma alla virtù. Il secondo poneva l’accento sul carattere contemplativo della felicità, rendendola quindi simile alla beatitudine.
L’etica post-aristotelica si occuperà solo della felicità del saggio.
Si evince pertanto come il progressivo distacco del concetto di felicità dall’umano e dal mondano porti dapprima ad un’aristotelica onnipotenza, e successivamente, nella filosofia medievale, ad una sovrapposizione tra felicità e beatitudine estesa alla totalità degli uomini in grazia di Dio.
Dall’umanesimo in poi, il concetto di felicità torna legato a quello di piacere, e tale connessione si accentua nel mondo moderno fino a Kant, che riteneva la felicità una condizione “impossibile”, perché non tutto nella vita può avvenire secondo il desiderio e la volontà dell’uomo. Tale posizione anticipa l’articolazione tra principio di piacere e principio di realtà, secondo la formulazione freudiana.
Con il romanticismo, infine, si assiste ad un rovesciamento delle posizioni: c’è un’esaltazione dell’infelicità e del dolore, dell’irrequietudine e dell’insoddisfazione.
Queste considerazioni filosofiche risultano però in contrasto con l’attuale clima culturale, che sembra favorire una visione del mondo in cui l’uomo è pensato di per sé immune dalla sofferenza e dalla morte, e quando queste di presentino sarebbero dovute solo a cause esterne, modificabili ed evitabili, e non invece intrinsecamente legate al suo essere uomo.
In conclusione, l’atteggiamento sociale sembra favorire la crescita di persone vulnerabili esposte all’infelicità.
Manca la presa di coscienza del concetto ontologico di finitudine dell’essere umano, e ancor di più la consapevolezza di un destino che lega in modo indissolubile l’uomo e il dolore.
Come scriveva Proust in Le temps retrouvè, “ la felicità è salutare per il corpo, ma è il dolore a sviluppare le forze dello spirito”.
Da queste brevi considerazioni sembra adesso possibile riprendere il tema conduttore della giornata odierna, nel tentativo di poter meglio caratterizzare il limen tra un comportamento sostanzialmente maturo e positivo da un lato, legato ad un utilizzo conviviale del vino, inteso come un costume sociale che si fonda su profonde radici culturali e storiche, senza particolari accezioni positive o negative, ed un tratto psicopatologico importante dall’altro, caratterizzato da un utilizzo della bevanda fondato su di un principio di “automedicamento”, inteso cioè a lenire i dolori e gli affanni di una personalità estremamente vulnerabile agli “eventi stressanti della vita”, quando questa propone inevitabilmente e continuamente esperienze di perdita.

Riteniamo pertanto che il monitoraggio dei comportamenti potenzialmente aberranti legati all’uso del vino e di altre bevande alcoliche possa, anche attraverso la somministrazione di test psicometrici in particolari classi di età e stratificazioni demografiche, rivelarsi un elemento importante nell’ottica dell’istituzione di adeguate misure preventive ed educative volte alla caratterizzazione e definizione del consumo del vino in Italia, restituendo a questa bevanda l’accezione positiva che nei secoli ha accompagnato la storia degli uomini.
Per questo progetto potremmo avvalerci della collaborazione dell’Unità Funzionale di Alcologia coordinata dal Dr. Mioni (gastroenterologo) e dalla Dr.ssa Pessa (psichiatra) della Casa di Cura Parco dei Tigli a Teolo in provincia di Padova, diretta dal Dr. Giuseppe Borgherini; questa struttura si pone come punto di riferimento per la riabilitazione alcologica e residenziale, con un panorama di utenza che interessa tutto il territorio nazionale. Il percorso riabilitativo inizia con una valutazione all’ingresso caratterizzata dalla raccolta di informazioni cliniche attraverso i dati bioumorali del paziente, la modalità di consumo, il livello socio-economico, etc.
Allo stato attuale, l’Unità di Alcologia dispone di un database di circa 1000 soggetti: vi sarebbero pertanto le condizioni ed i presupposti necessari per una valutazione sociologica e lo studio dell’evoluzione dei modelli di consumo che condizionano i trends di malattia, comprendenti i disturbi psicopatologici e la patologie organiche.
Partendo da questa prospettiva, una valutazione preliminare, individuerebbe nel consumo di superalcolici e birra la causa della maggior parte delle patologie d’organo e degli elementi psicopatologici legate all’uso/abuso di bevande alcoliche.
La possibilità di disporre di un tale archivio, contestualmente all’opportunità di riferire le considerazioni derivanti, con scadenze prestabilite, all’Accademia della Vite e del Vino, permetterebbe di verificare sul territorio quei cambiamenti culturali e psicologici che riteniamo auspicabili, prima di tutto nell’ottica di un miglioramento della qualità di vita e conseguentemente del ruolo sociale dell’essere umano.

BIBLIOGRAFIA

BALESTRIERI A. (1991): tratto da Vino e Nutrizione, fra Storia e Antropologia, a cura di
Luciano Bonuzzi, Consorzio tutela di Soave e Recioto di Soave, Verona.
BONUZZI L. (1986): Introduzione nel De Vini Temperatura Sententia, Consorzio tutela
Valpolicella e Recioto della Valpolicella, Verona.
DE AMICIS E. (2004): Gli effetti psicologici del vino, Donna Ed., Torino.
FRACASTORO G. (1555): in De Vini Temperatura Sententia, a cura di Luciano Bonuzzi,
Consorzio tutela Valpolicella e Recioto della valpolicella, Verona 1986.
GOZZETTI G. (1983): tratto da Vino ed Educazione Alimentare, a cura di Luciano Bonuzzi,
Consorzi tutela Soave e Valpolicella, Verona.
LONGO O., SCARPI P.(1999): Della vite e del vino, il succo dell’immortalità nelle lettere e nei
colori, Claudio Gallone Ed., Milano.
LUCIANI A. (2003): L’angelo della temperanza, il bere moderato, Carità politica Ed., Roma.
PAVAN L. (1992). La condizione umana è compatibile con la felicità? In Atti del Convegno
“Sull’infelicità”, Unitor, Roma.

RIASSUNTO

Dalla letteratura presente sul tema si evince la persistenza di una sostanziale bivalenza nei confronti del vino: accanto alla serenità di alcuni scritti, si nota in altri quella condanna aprioristica e moralistica che ritiene ogni testimonianza antropologica e culturale solo come un pretesto da bevitore.
Dopo una breve digressione storica e riportando le considerazioni al vissuto contemporaneo, delineando nuovi ambiti di significati, si propone, anche attraverso opportune valutazioni e l’utilizzo di test psicometrici in particolari classi di età e stratificazioni demografiche, un monitoraggio dei comportamenti potenzialmente aberranti legati all’uso del vino, ritenendo che ciò possa costituire un elemento importante nell’ottica dell’istituzione di adeguate misure preventive ed educative volte alla caratterizzazione e definizione del consumo del vino in Italia, restituendo a questa bevanda l’accezione positiva che nei secoli ha accompagnato la storia degli uomini. Per questo ci si avvale della collaborazione con l’Unità Funzionale di Alcologia della Casa di Cura Parco dei Tigli a Teolo in provincia di Padova. Una valutazione preliminare effettuata in un database di circa 1000 soggetti, individuerebbe nel consumo di superalcolici e birra la causa della maggior parte delle patologie d’organo e degli elementi psicopatologici legate all’uso/abuso di bevande alcoliche.
La possibilità di disporre di tale archivio, permetterebbe di verificare sul territorio quei cambiamenti culturali e psicologici che riteniamo auspicabili, prima di tutto nell’ottica di un miglioramento della qualità di vita e conseguentemente del ruolo sociale dell’essere umano.

SUMMARY

From the scientific pubblications concerning the topic, we elicit the persistence of a substantial bivalence with respect to wine: beside serenity of certain works, in others we notice the moralistic and aprioristic condemnation that consider every anthropologic and cultural opinion only as a “drinker pretence ”.
After a brief historic digression, and bringing back the considerations into the contemporary life, outlining new fields of meanings, we propose, even through right evaluations and the use of psychometric tests in certain populations and clusters of age, a monitoring of potentially aberrant behaviors linked with the use of wine, thinking that it would be an important element with the purpose of constituting effective preventional and educational measures to better define and caracterize the wine consumption in Italy, restoring to this beverage the positive meaning that has taken in the centuries the history of human being.
For these reason, we have the collaboration of the Functional Alcohologic Unit of Parco dei Tigli Hospital, in Teolo (Padua).
A preliminary evaluation done in a 1000 database patients, would target in the misuse of superalcoholics and beer the reason of the majority of organic disorders and the psychopathological elements linked with the use/abuse of alcoholic beverages.
The opportunity to dispose of such archives, would allow us to ascertain in the territorial population those cultural and psychological changes we think desirables, first to ameliorate quality of life, and consequently the social role of human being.